Bottiglie a perdere.
Pvc e Pet, plastiche nocive alla salute.
Si tratta di materiali, ancorché insostituibili in moltissimi settori industriali,sotto accusa a causa della possibile contaminazione di cibi e bevande.Eppure, il loro utilizzo dal 1985 ad oggi è cresciuto dal 6,5% al 55%.
Dal 1985 ad oggi la quota dei contenitori in vetro è scesa dal 92% al 42%, mentre quella in plastica è crescuta dal 6,5% al 55%. Più plastica significa meno costi di trasporto. Lo stesso tir, infatti, che trasporta circa 20.000 litri di acqua in bottiglie di vetro con relative casse, ne può trasportare 26.500 litri nella plastica, il 40% in più. Dunque, il Pet rispetto al Pvc oltre ad avere vantaggi estetici (brillantezza e trasparenza) e pratici (maggiore resistenza meccanica e permeabilità ai gas), contribuisce alla riduzione dei costi industriali di produzione.Come si riconoscono? Le bottiglie di Pvc sono caratterizzate da una linea di saldatura sul fondo, il che permette di riconoscerle dalle bottiglie di Pet che, al contrario sono caratterizzate da un cerchietto in rilievo, corrispondente al punto di iniezione della “preforma”.Le plastiche, materiali insostituibili in moltissimi settori industriali, usate come contenitori alimentari sono sotto accusa a causa della cosiddetta “migrabilità” di alcune sostanze tossiche (additivi e monomeri) presenti nel composto chimico organico.Tanto che le Autorità sanitarie della Cee e dei paesi membri hanno fissato delle norme che regolano i quantitativi massimi di prodotti migrati dal contenitore nel contenuto, in funzione sia dalla natura del contenuto, che della temperatura alla quale la confezione è destinata ad essere portata nel ciclo della sua fabbricazione.I regolamenti sanitari prendono anche in considerazione in modo specifico tutte quelle sostanze che sono suscettibili di causare danni alla salute. Per quanto concerne il Pvc (inevitabile il ricordo degli operai morti al Petrolchimico di Marghera, impianto sotto accusa appunto per la lavorazione della materia plastica cancerogena) è il caso del suo monomero che è cancerogeno e dà luogo ad una rara forma di tumore: l’angiosarcoma epatico. Per il Pet, invece, sicurezze non ce ne sono in assoluto, in quanto è una materia plastica relativamente giovane, il suo utilizzo risale da circa dieci anni fa, e dunque una conferma o una smentita della sua nocività si avrà nei prossimi anni. Certo è che le bottiglie dovrebbero garantire l’igiene e non la contaminazione dell’acqua e i casi di migrazione di sostanze chimiche presenti nei polimeri plastici sono il tema di una vasta letteratura scientifica. (Sabrina Deligia)
Bere bollicine, un lusso del primo mondo
Una volta le acque minerali erano poche e beneficio quasi esclusivo delle persone con problemi di salute. Poi hanno scoperto che anche con le acque si possono fare montagne di quattrini, così sono iniziate denigrazioni e sottovalutazione degli acquedotti delle acque potabili e pubbliche. Più che in altri settori, nel mercato delle acque minerali pubblicità è davvero la parola magica.Grazie ad un bombardamento mediatico, il consumatore è indotto a ritenere che bere acqua minerale in bottiglia sia più salubre. Così scompare dalla mensa degli italiani la brocca di acqua di rubinetto, spesso di qualità superiore e con meno controindicazioni di quella imbottigliata.Uno studio diffuso in occasione della Giornata mondiale dell’acqua ha accertato che in Italia si consuma più acqua minerale che in qualsiasi altro Paese nel mondo: circa 170 litri pro capite l’anno, di cui il 35 per cento si consuma al ristorante. E nemmeno ci scandalizziamo del prezzo: paghiamo le bottigliette da 0,20 a 0,75 centesimi per un giro di affari di parecchi miliardi.Ma ciò che sorprende di più è che queste aziende pagano la concessione pubblica per l’imbottigliamento meno di una lira al litro e che i controlli sulle acque potabili pubbliche (quelle che provengano dal rubinetto) sono più frequenti e più sicuri di quelle a cui sono sottoposte le minerali. Bere minerale è un lusso del primo mondo, specie se si considera che un miliardo e mezzo di esseri umani, il 25 per cento della popolazione del pianeta, non ha accesso all’acqua. È un business per le multinazionali e per le più grandi società che controllano spesso più marchi, in barba alla pura concorrenza.Ecco perché le multinazionali tramite l’Omc fanno pressione affinché la gestione delle acque sia privatizzata, considerando l’acqua non un diritto dell’umanità, ma una merce. Se noi cittadini non interveniamo l’avvenire non è certo roseo. A settembre, nel corso della riunione di Cancun, l’Ue presenterà dei progetti di liberazione e privatizzazione delle acque in 109 Paesi del mondo, tra i quali 50 sono poverissimi. Ma non basta. L’Ue ha dato anche la facoltà ai gestori di imbottigliare e di vendere le acque di sorgente che sinora alimentavano gli acquedotti pubblici. Dalla sottovalutazione delle reti idriche, noi cittadini abbiamo ricavato aumento dei costi, peggioramento della qualità delle acque, aumenti dei consumi energetici e dell’inquinamento dovuto alla produzione, allo smaltimento e al trasporto delle bottiglie in giro per l’Europa. Siamo di fronte a un vero e proprio esproprio. Che fare? Mobilitarci affinché l’acqua sia pubblica e sia considerata un bene per l’umanità. E poi un passo concreto, nei limiti del possibile: non compriamo più acqua minerale.(Ciro Pesacane, Contratto Mondiale dell’acqua)
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